giovedì 25 agosto 2016

Un pianeta forse simile alla Terra a due passi da casa

Dal 1995 a oggi abbiamo scoperto oltre 3500 pianeti al di fuori del nostro Sistema Solare, in oltre 2600 sistemi planetari. Abbiamo trovato pianeti di ogni tipo: caldissimi gioviani, fatti di diamante, orbitanti in sistemi doppi o tripli, in evaporazione come gigantesche comete... Abbiamo visto pianeti lontani migliaia di anni luce, vecchi di 10 e più miliardi di anni, in ambienti molto diversi dai nostri e attorno ai più disparati tipi stellari. Come in molti ambiti dell'esplorazione umana, in poco tempo ci siamo spinti sempre più in là, sempre più lontano nello spazio e nel tempo, abbattendo con una facilità disarmante ogni barriera che prima sembrava un muro invalicabile. La speranza? Che il nostro interminabile viaggio potesse farci raggiungere le inafferrabili risposte alle domande che ci accompagnano da sempre.

Abbiamo cercato in lungo e in largo per la Galassia, o almeno nella sua porzione a noi più vicina, ma ci siamo sempre scontrati con un'amara verità: quei pianeti, anche se simili alla Terra quanto vogliamo, sono sempre troppo lontani, così tanto che persino la nostra immaginazione si inibisce nell'attraversare tanto spazio, al punto da non permettci di immaginarli come mondi reali, come mondi possibili, come nostri fratelli.
In questi anni di fornsennata ricerca, quasi senza respiro, ci siamo accorti però di una cosa che ora è diventata una certezza: i pianeti, sebbene piccoli, deboli e quasi sempre invisibili, ci sono e sono dappertutto, anche nei posti che non ritenevamo possibili. Ci sono pianeti probabilmente sin quasi dall'alba dell'Universo, di certo sin dal momento in cui sono nate le generazioni di stelle che possiamo osservare. Ci sono, probabilmente, persino più pianeti che stelle nella Via Lattea e questo implica l'esistenza di centinaia di miliardi di silenziosi e invisibili corpi celesti.

Pianeti, pianeti ovunque, ma non nel sistema a noi più vicino, quello formato da tre stelle e denominato Alpha Centauri. Per decenni, mentre inevitabilmente ci si allontanava sempre più da casa, ogni tanto si cercava anche tra i nostri vicini, tra quelle stelle che per l'Universo sono a un soffio da noi, a circa 40 mila miliardi di chilometri dalle nostre teste, o 4,3 anni luce; un numero, questo, che meglio riesce a illuderci della loro estrema vicinanza.

Le stelle più vicine al Sole
Nell'ottobre del 2012 venne pubblicato su Nature un articolo in cui si annunciava la scoperta di un pianeta di massa simile alla Terra attorno alla componente B del sistema di Alpha Centauri: è la svolta. Un pianeta attorno al sistema stellare vicino alla Terra e per di più simile, in apparenza, al nostro. L'entusiasmo, però, si affievolì sempre più, mano a mano che procedevano le verifiche, perché quel pianeta non lo "vide" proprio nessun'altro. La parola fine alla tormentata vicenda fu posta nell'ottobre del 2015: il segnale trovato dai ricercatori, che poteva corrispondere a un pianeta terrestre in orbita molto stretta attorno alla stella (con periodo di circa 3 giorni) era con ogni probabilità un segnale spurio e non un reale corpo planetario. Quella battaglia era stata persa, ma la guerra non era ancora finita.

Già dai primi anni 2000 attorno alla componente più debole del sistema, Proxima, una nana rossa migliaia di volte meno luminosa del Sole (tanto che non è visibile a occhio nudo, nonostante sia la stella più vicina), sembravano vedersi degli strani andamenti. La stella subiva dei piccoli spostamenti periodici rispetto a quanto avrebbe dovuto fare se fosse stata sottoposta solo all'attrazione gravitazionale delle due sorelle maggiori. I tempi non erano ancora maturi perché i dati non mostravano la chiarezza richiesta per confermare un possibile pianeta.
La scienza, però, è anche e soprattutto pazienza e perseveranza, così di quei segnali interessanti di molti anni fa nessuno si è dimenticato e nel Gennaio 2016 è partita una massiccia campagna di ricerca da parte dell'ESO (l'osservatorio australe europeo) con la grande novità del coinvolgimento diretto del pubblico, che ha potuto assistere alla fase di raccolta e di analisi dei dati ripresi dai più potenti telescopi del mondo, nel luogo, il deserto di Atacama, migliore che possiamo trovare qui sulla Terra. Il progetto "Pale Red Dot" aveva l'ambizioso compito di fare chiarezza sulla possibile esistenza di un pianeta attorno a Proxima Centauri, mostrando allo stesso tempo i modi e i criteri con cui viene effettuato un serio studio scientifico. Dopo mesi di lavoro e di successivo silenzio stampa, nel momento in cui è stato compilato e sottoposto a verifica il report sull'analisi dei dati raccolti, possiamo dire di avere molto più chiara la situazione.

Proxima Centauri b e il confronto con il Sistema Solare
Attorno a Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, esiste con ogni probabilità un pianeta roccioso poco più massiccio della Terra, che orbita a pochi milioni di chilometri dalla stella, in appena 11.2 giorni. Poiché Proxima è un astro molto debole, il pianeta, nonostante sia a una distanza inferiore a quella di Mercurio dal Sole, si trova nella fascia di abitabilià e potrebbe quindi ospitare acqua liquida in superficie. Non solo, quindi, abbiamo trovato un pianeta attorno alla stelle a noi più vicina, ma questo si trova alla giusta distanza, tale da poter consentire temperature accettabili per l'esistenza di acqua liquida, quindi condizioni propizie per l'esistenza di forme di vita così come le conosciamo.

Di più, però, non possiamo dire. Come in quasi tutte le circostanze, non riusciamo a vedere direttamente il pianeta, ma ne abbiamo dedotto le sue proprietà in base alle perturbazioni, piccolissime, che esercita sulla stella attorno alla quale orbita. Non sappiamo come sia fatta la sua atmosfera, quali composti ci sono, né se effettivamente possa essere ospitale come la sua posizione orbitale lascerebbe supporre. Non conosciamo la temperatura, il raggio, la densità. Le uniche similarità con la Terra sono una massa paragonabile e una posizione orbitale tale da consentire temperature potenzialmente simili. Su quest'ultimo punto, però, non dobbiamo fare confusione e leggere bene la frase: l'avverbio "potenzialmente" suggerisce che esiste la possibilità di avere temperature miti, ma che questa non è l'unica soluzione possibile. Anche la Luna si trova ben all'interno della zona abitabile del Sistema Solare, eppure è molto diversa dalla Terra, con temperature che oscillano tra i +120 e i -100°C. Finché non riusciremo a studiare l'atmosfera di questo pianeta non potremo dare certezze, ma fare solo speculazioni sulle sue proprietà. E le speculazioni, a questo punto della nostra conoscenza, non sono neanche positive. Il pianeta, con buona probabilità, ha un periodo di rotazione sul proprio asse uguale a quello di rivoluzione, quindi mostra alla propria stella sempre la stessa faccia. Questo significa che un emisfero è sempre illuminato (quindi molto caldo) e un altro sempre al buio (quindi freddo), che potrebbero esserci anche forti venti nella sua atmosfera (se ne possiede una). Le stelle nane rosse, come Proxima, sono poi famose per essere irrequiete e originare tempeste migliaia di volte più intense di quelle che può produrre il Sole: se questo pianeta non dovesse avere un forte campo magnetico (difficile se la sua rotazione è bloccata), la sua superficie ha più probabilità di essere sterile quanto quella lunare che di avvicinarsi a quella terrestre. E' quindi meglio calmare gli entusiasmi e non avventurarsi in voli pindarici che potrebbero avere scarsa attinenza con la realtà. Questo, naturalmente, non significa smettere di sognare, anzi...

Anche se per ora non sappiamo molto, si tratta di una scoperta importantissima, perché grazie alla sua vicinanza questo sarà uno dei pochi pianeti che potremo studiare in dettagio con la prossima generazione di telescopi e perché, e questo è il grande sogno, potremo persino disporre in tempi umani di una tecnologia in grado di raggiungerlo per poterlo studiare da vicino. E sebbeme Proxima non sia visibile a occhio nudo, e tutto il sistema di Alpha Centauri non si possa osservare dalle nostre latitudini, d'ora in poi in questa enorme cupola oscura che compare ogni notte potremo alzare lo sguardo e sentirci meno soli, meno unici, meno eccezione e più regola. Perché essere eccezionali può scatenare sul breve periodo una euforica sensazione, di ma alla lunga logora. E dopo centinaia di migliaia di anni, l'Homo Sapiens è pronto per scoprire l'eccezionale normalità del pianeta sul quale vive e della materia di cui è fatto.

Per approfondire: 
Il comunicato stampa di ESO
L'articolo di Nature
L'articolo scientifico originale
Il progetto Pale Red Dot

martedì 2 agosto 2016

Un nuovo blog dedicato all'astronomia pratica!

Il mio amore per l'astronomia è nato quando avevo 10 anni, ben prima che potessi approfondire la materia all'università e sceglierla poi come professione. Già in quegli ormai lontani tempi capii che questa è forse l'unica scienza che può essere affrontata in mille modi e alla portata di tutti, dai bambini a chi è più avanti con l'età, senza necessariamente avere una laurea.

Contemplare il cielo, andare alla scoperta di pianeti, nebulose e galassie, porsi domande e viaggiare senza limiti verso i confini del Cosmo, non è mai stato così facile e divertente.
Mi sono accorto negli ultimi due anni di essermi allontanato un po' dall'astronomia pratica, parlandone sempre meno. E' arrivato il momento di porvi rimedio. 


Da pochi giorni è iniziata ufficialmente la mia collaborazione con Teleskop Service Italia, con la creazione di un blog che parlerà di astronomia pratica, dalla fotografia all'osservazione visuale. Ci sarà modo di scambiarsi idee, consigli, di parlare direttamente con me e con lo staff preparatissimo su tutta la strumentazione amatoriale e creare una comunità che ha l'obiettivo di rendere ancora più accessibile il mondo dell'astronomia amatoriale. Seguiteci quindi con entusiasmo, perché è davvero l'inizio di una nuova avventura! 

Questo blog resterà in vita e continuerà a occuparsi di astronomia divulgativa, come ha quasi sempre fatto. Se invece siete interessati più al lato pratico, allora seguite anche questa nuova avventura:

mercoledì 15 giugno 2016

LIGO si ripete: rivelate per la seconda (o terza?) volta le onde gravitazionali

Dopo la storica rivelazione delle onde gravitazionali associate a due buchi neri in procinto di fondersi, confermata ufficialmente lo scorso Febbraio ma avvenuta il 14 Settembre 2015, tutti sapevano che il vaso di Pandora era stato scoperchiato e che quell'evento sarebbe rimasto unico per poco tempo. Pochi, forse, avrebbero però sperato che nel momento in cui i ricercatori stavano effettuando tutte le conferme e i calcoli, l'esperimento LIGO aveva già rivelato altre onde gravitazionali.

Le onde gravitazionali sono increspature dello spazio-tempo
Con la conferenza stampa del 15 Giugno il team di LIGO, a cui collabora anche l'esperimento italiano VIRGO, ha infatti confermato una seconda rivelazione di onde gravitazionali avvenuta il 26 Dicembre 2015 alle ore 4:38:53 italiane (in pratica la sera di Natale negli Stati Uniti!), associate sempre a un sistema molto esotico, poco prima della sua fusione. Sebbene gli attori siano gli stessi, due buchi neri, e la fine la medesima, la trama che ha portato all'inevitabile fine, con associata l'emissione di onde gravitazionali, si è sviluppata in modo diverso rispetto all'evento osservato a Settembre 2015.

I due buchi neri di questa nuova danza cosmica ad altissima energia hanno una massa stimata di circa 14 e 8 masse solari, circa la metà dell'evento precedente, e distano da noi circa 1,4 miliardi di anni luce(!). La spirale mortale che li ha portati alla fusione ha generato onde gravitazionali più deboli, ma che sono state ricevute per più tempo, circa un secondo. Sembra poco, ma per l'Universo di queste estreme energie equivale ad aver osservato le ultime 55 orbite di questi due mostri celesti, contro le appena 10 del primo evento, con un'emissione di energia pari a quella contenuta in una massa solare.

Per capire l'incredibile energia emessa sotto forma di onde gravitazionali possiamo ricordarci la famosa equazione di Einstein: E = Mc^2 e sostituire la massa del Sole, pari a circa 2 X 10^30 kg, e la velocità della luce al quadrato, che è di 9 X 10^16 metri al secondo, tutto al quadrato. Il risultato è espresso in Joule ed è un numero che ha 47 zeri. Per confronto, una bomba atomica di media potenza ha un'energia di circa 10^11 Joule, 36 ordini di grandezza inferiore a quella emessa da questi due buchi neri in un secondo attraverso le onde gravitazionali. Quanti sono 36 ordini di grandezza in più? Sono miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di volte di più!

Anche in questo frangente le onde gravitazionali sono state ricevute da entrambe le stazioni LIGO, una in Lousiana e l’altra nello stato di Washington, e hanno provocato spostamenti periodici e infinitesimi dello spazio, di gran lunga inferiori al diametro di un atomo. Nonostante questa piccolissima distanza, le onde sono state rivelate con una confidenza di 5 sigma, ovvero il segnale associato a questo evento ha una probabilità di essere reale di oltre il 99,999%.

Le onde gravitazionali captate da entrambi i rivelatori di LIGO.

Questa nuova scoperta conferma che le onde gravitazionali sono ormai alla nostra portata e la loro osservazione ci aiuterà a capire molto delle proprietà e della distribuzione dei buchi neri di taglia stellare, oggetti impossibili da osservare in qualsiasi altro modo ma che alla luce di questo nuovo risultato potrebbero essere più abbondanti di quanto si pensasse. A confermare questa idea c'è anche un'altra probabile sorgente di onde gravitazionali, rivelata da LIGO il 10 Ottobre 2015, meno di un mese dopo il primo segnale, che però è risultata troppo debole per poter essere confermata, sebbene l'idea è che si tratti di un altro sistema di due buchi neri che si sono fusi.

Alcuni ricercatori si sono addirittura spinti a ipotizzare che gran parte della materia oscura che permea l'Universo e che è circa 10 volte più abbondante di quella che possiamo osservare, potrebbe essere fatta di buchi neri, la cui origine risalirebbe ai primi istanti di vita dell'Universo. Come insaziabili divoratori, poi, molti sarebbero cresciuti mangiando grandi quantità di materia o attraverso fusioni, fino a raggiungere masse pari, o superiori, a quelle delle stelle più massicce che conosciamo.
Sono davvero tempi entusiasmanti per chi ha l'ambizione di scoprire e caratterizzare l'Universo invisibile, di certo la sfida scientifica più ambiziosa della nostra storia, fino a questo momento.

Per approfondire: L'articolo scientifico di questa nuova scoperta è stato pubblicato qui ed è liberamente scaricabile. 

Il mio speciale su Coelum in merito alla rivelazione del primo segnale, per capire meglio anche cosa sono le onde gravitazionali

venerdì 3 giugno 2016

Un piccolo asteroide impatta... sulla Terra

Poco meno di tre mesi fa abbiamo osservato in diretta l'impatto di un piccolo asteroide nell'atmosfera di Giove, che ha prodotto un flash visibile da Terra anche con telescopi amatoriali. Sebbene sia il pianeta più grosso e massiccio, quindi uno dei bersagli preferiti, non è però di certo l'unico a venir colpito da piccoli asteroidi, in grado di generare però grandi effetti.

A ricordarci di quanto sia affollato e anche pericoloso, a volte, lo spazio, è arrivato puntuale un impatto meno potente ma molto più vicino. La mattina del 2 Giugno, alle ore 03:57 locali (12:57 italiane) un enorme bolide - così vengono chiamate le stelle cadenti più brillanti - ha illuminato a giorno i cieli dell'Arizona, territorio già famoso tra le altre cose per il celeberrimo Meteor crater, con una luminosità stimata circa 10 volte maggiore di quella della Luna piena.
Il passaggio di questo oggetto a grande velocità, circa 18 chilometri al secondo, ha lasciato dei segni ben più duraturi del tipico flash delle normali stelle cadenti. Molti osservatori, nel cielo che si accendeva dei colori dell'alba, hanno assistito a una lunga e complessa scia, persistente per diverse ore, creata proprio dal passaggio dell'oggetto che aveva illuminato il cielo poco prima. Raccogliendo le informazioni sulla luminosità e sulla lunga e complessa scia di condensazione, si pensa che a entrare nell'atmosfera e a generare un tale shock sia stato un piccolo asteroide dal diametro massimo di un paio di metri. Non si hanno al momento notizie di un eventuale contatto con la superficie terrestre. In ogni caso, se qualcosa è sopravvissuto al grande calore dell'ingresso in atmosfera, è precipitato al suolo a bassa velocità, senza produrre crateri. Tutti gli oggetti sotto circa i 100 metri di diametro, infatti, vengono rallentati a sufficienza dall'aria e precipitano al suolo a velocità dell'ordine di qualche centinaio di chilometri l'ora, contro le decine o centinaia di migliaia iniziali.

La spettacolare scia lasciata dal meteorite sopra i cieli dell'Arizona. Foto di Mike Lerch.
 
Quando piccoli asteroidi delle dimensioni di un'auto da città si trovano in rotta di collisione con il nostro pianeta, riescono a penetrare con molta energia negli strati più densi dell'atmosfera, e possono produrre due tipi di scie, oltre al classico bagliore: la prima, debolmente luminosa, è dovuta al fatto che il loro passaggio a decine di migliaia di chilometri l'ora riesce a ionizzare gli atomi di cui è composta la nostra aria, ovvero l'urto è così violento da strappare gli elettroni dagli atomi. Quando questi si ricombinano per tornare nella normale forma neutra, emettono una fioca luce rossastra o verdastra. Questo tipo di traccia è visibile di notte, spesso in fotografia, e dura al massimo poche decine di minuti.

Il secondo effetto è ancora più spettacolare perché può durare ore, sebbene possa essere osservato con chiarezza solo di giorno o al crepuscolo. Il passaggio dell'asteroide comprime e riscalda l'aria a migliaia di gradi, strappando via porzioni della sua superficie sotto forma di particolato sottile. E cosa succede quando in una regione molto fredda, e magari satura di umidità, gettiamo del gas (aria) caldissimo e ricco di nuclei di condensazione? Che il vapore acqueo, anche se poco, solidifica in sottili aghi di ghiaccio e forma una scia di condensazione, simile a quella prodotta dai motori degli aerei. La grande quantità di particolato strappata via dalla superficie dell'asteroide può colorare in modo tenue le tracce generate in questo modo, al contrario di quelle bianchissime degli aerei. Anche la quota è modo diversa: gli spettacolari disegni nel cielo lasciati dal passaggio di piccoli asteroidi si sviluppano a un'altezza di poco inferiore agli 80 chilometri, comunque sempre maggiore (tranne nei casi più violenti) delle rotte degli aerei. A seconda delle condizioni atmosferiche (temperatura e umidità relativa) negli strati d'aria interessati, le scie possono persistere anche per diverse ore. I venti in quota riescono poi a disegnare delle forme meravigliose che possono lasciare a bocca aperta gli osservatori e permettono anche di risalire al fenomeno che l'ha generate.
Gli esperti osservatori, infatti, quando vedono tali disegni in cielo sanno già che i colpevoli possono essere solo due: o un lancio di un razzo o un piccolo asteroide: non c'è nessun altro disturbo che possa raggiungere gli 80 km di quota e innescare la solidificazione del poco vapore acqueo presente. Poiché i lanci dei razzi sono rumorosi, luminosi e soprattutto conosciuti, è facile escludere un'ipotesi e confermare l'altra.


 
Il video dell'enorme fireball ripreso da una delle telecamere della NASA adibite al monitoraggio delle meteore.


 
Questo video mostra l'orbita del piccolo asteroide.


Ogni anno cadono sulla Terra migliaia di tonnellate di materiale proveniente dallo spazio. Nella grandissima maggioranza dei casi si tratta di granelli di polvere e piccole meteore dalle dimensioni di un granello di sabbia. Gli eventi più spettacolari, che generano i bolidi, ovvero meteore più brillanti delle stelle più luminose, sono più rari ma possono capitare anche diverse volte al mese, per una data località, il che si traduce in decine di migliaia di bolidi ogni anno visibili da ogni punto della Terra.

I fenomeni più violenti, con asteroidi dal diametro superiore a un metro, sono molto più rari ma non tanto quanto si pensava fino a qualche anno fa: uno ogni anno probabilmente, ma la statistica ancora non è precisa. Vale infatti la pena ricordare che oltre il 70% del nostro pianeta è ricoperto da acqua e del restante 29% di terre emerse solo una piccola porzione è monitorata dal suolo alla ricerca di meteore e bolidi. La categoria di asteroidi tra qualche metro e qualche decina di metri di diametro è la più subdola di tutte: questi infatti non sono così rari come i grandi massi da estinzione, quindi ce ne dobbiamo per forza di cose preoccupare. Tuttavia, riescono a sfuggire a tutti i monitoraggi e al contempo hanno la potenza sufficiente per poter creare seri danni alle abitazioni, come è accaduto nel 2013 per il meteorite di Cheliyabinsk. Quello dello scorso 2 giugno, per fortuna, era molto meno massiccio e non ha prodotto altro se non un bellissimo spettacolo nel cielo, ma ancora una volta l'avvertimento è fin troppo chiaro: è solo una mera questione di tempo, meglio farci trovare preparati.


Qualche approfondimento sul grosso bolide: http://earthsky.org/todays-image/smoke-trail-fireball-arizona-june-2-2016
http://spaceweather.com/archive.php?view=1&day=03&month=06&year=2016

http://www.nasa.gov/feature/fireball-lights-pre-dawn-sky-over-arizona

lunedì 30 maggio 2016

La migliore immagine di Plutone per molti, molti anni

A quasi un anno dallo storico incontro tra la sonda New Horizons e Plutone, sono finalmente arrivate tutte le immagini a maggiore risoluzione scattate durante il fugace e concitato momento di massimo avvicinamento, avvenuto a una velocità relativa di diverse decine di migliaia di chilometri l'ora, il 14 Luglio dello scorso anno.

Una porzione del grande mosaico
Al di là delle considerazioni sugli intriganti e sorprendenti misteri di Plutone, di cui abbiamo già parlato più volte, godiamoci un po' di puro, sano e incontaminato stupore per gli occhi e per l'anima, in uno di quei rarissimi momenti della vita in cui la Natura riesce a togliere ogni parola e a farci dimenticare tutto quanto non va bene nel nostro piccolissimo angolo di realtà chiamato società.
Quella che stiamo per ammirare per molti anni resterà la più dettagliata immagine della superficie del lontano pianeta nano mai scattata dall'Umanità. Fino a quando un'altra sonda, che ancora non è neanche stata pensata, non verrà spedita in queste remote, ma sorprendenti, zone del Sistema Solare, nessun occhio potrà vedere qualcosa di più dettagliato.

In realtà non si tratta di un'unica immagine, ma di un gigantesco mosaico che ritrae una lunga striscia di Plutone, dal bordo illuminato fino al terminatore, dove la luce del debole Sole lascia il posto alle tenebre più profonde. La striscia inquadrata copre una larghezza variabile tra i 90 km della parte superiore e i 75 km delle regioni vicino al terminatore ed è stata ottenuta quando New Horizons si trovava a 15850 km, 23 minuti dopo il massimo avvicinamento. La risoluzione massima raggiunta è dell'ordine di 80 metri per ogni pixel, davvero impressionante!

Il grande mosaico di New Horizons che contiene le immagini a migliore risoluzione mai scattate aPlutone.

Perdiamoci allora ad ammirare la complessa superficie di questo pianeta (nano) remoto, un mondo distante più di 4 miliardi di chilometri, nostro fratello da 4,6 miliardi di anni nel balletto cosmico del Sistema Solare, che è un punto per l'Universo ma un luogo immenso per la nostra giovane specie.

Immaginiamo di sorvolare le regioni del terminatore, di osservare stupefatti quelle bianchissime zone composte in gran parte da materiali ghiacciati che qui sulla Terra spesso sono sotto forma di gas. Scendiamo sulle montagne imponenti, tanto simili alle nostre, eppure così diverse, perché non sono fatte di rocce ma di ghiaccio d'acqua. A -230°C il ghiaccio infatti diventa duro come la nostra roccia.

Superata questa strana catena montuosa, ecco che ci si apre di fronte a noi una splendida valle, una pianura composta da enormi placche di azoto ghiacciato, che hanno addirittura la forza di strappare, ogni tanto, una collina dalla catena montuosa sovrastante e portarla in giro come un iceberg nelle acque dei nostri poli. Scendendo verso il terminatore, la pianura si costella di piccole zone scure, prima punti, poi macchie sempre più fitte e contrastate. Qui l'azoto ghiacciato riesce a sublimare, ovvero evapora nella tenue atmosfera plutoniana, e lascia posto a strati di ghiacci e rocce sottostanti.

Il viaggio si conclude quasi come iniziato. Al confine tra giorno e notte la pianura lascia posto di nuovo a coline e montagne, questa volta dall'aspetto diverso dalle precedenti, costellate da scarpate e burroni in cui il Sole non riesce ad arrivare.

Il viaggio mentale è finito, ma nulla vieta di poterlo fare un'altra volta, poi di nuovo ancora. E per facilitare questo meraviglioso perdersi nella bellezza della Natura, possiamo dare un'occhiata al video che la NASA ha composto e che amplifica ancora di più questa eccezionale traversata cosmica, là dove nessun uomo era mai arrivato e mai ritornerà per molto, molto tempo.


Il video originale si trova qui:  https://www.youtube.com/watch?v=NEdvyrKokX4
La fonte della foto è qui: http://www.nasa.gov/feature/new-horizons-best-close-up-of-plutos-surface